SE IL BINOMIO DI NEWTON SPOSASSE LA VENERE DI MILO?

di Giuseppe Trupia, Pensatoio Lab#Idee

“Il sistema vero per fare profitto è risolvere i problemi delle persone”. Stringendo molto, si può forse riassumere con questa frase quanto emerso il 22 febbraio al Laboratorio delle Idee, ospitato negli spazi degli ex bagni diurni Cobianchi riaperti da non più di qualche settimana in piazza Duomo. La frase è di Sergio Dompè, Presidente del Gruppo Dompé farmaceutici, che è intervenuto quella sera insieme a Nathalie Dompè, responsabile Corporate Social Responsibility dell’azienda, per parlare di fronte ai ragazzi del Lab#Idee e a tanti milanesi che gremivano fino al limite una sala di pubblico vivace e curioso proprio di “Responsabilità sociale di impresa” (“Corporate Social Responsibility CSR“), cioè la scelta di fare impresa con attenzione alla società circostante, destinandovi una parte delle risorse create.

Con questo incontro siamo tornati a riflettere sul tema dell’economia e imprenditoria a misura d’uomo approfondendone un aspetto specifico. La nostra scelta è caduta sulla Dompé farmaceutici perché, oltre ad essere un’eccellenza del capitalismo familiare italiano, negli ultimi anni ha destinato ingenti risorse alle politiche di CSR, dando vita a numerosi progetti negli ambiti della ricerca sulle malattie rare, della formazione biotecnologica nelle scuole dell’obbligo e dell’attenzione al territorio in cui l’impresa opera.

Secondo Sergio Dompé “le persone devono stare bene non soltanto in campo sanitario ed economico” ed è grande il “valore solidaristico che ha un Paese come il nostro che non fa sentire perse le persone che magari hanno già problemi economici e vengono aggredite da malattie che fanno immediatamente cambiare la loro prospettiva di vita in modo drammatico, mentre un Paese come gli Stati Uniti, che sono un indiscusso modello da altri punti di vista come quello della ricerca e dell’innovazione, lascia sole oggi 38 milioni di persone. Noi italiani spendiamo meno della metà degli USA rispetto al nostro PIL per avere gli stessi parametri nella sanità”. Serve quindi un “modello nuovo che riesca a fotografare tutto e considerare questi aspetti nel conteggio della ricchezza”, considerato anche lo straordinario aumento dell’aspettativa di vita nei Paesi in via di sviluppo degli ultimi 10 anni.

Interventi come quelli della Bill e Melinda Gates Foundation, che ha messo a disposizione qualche decina di miliardi di dollari per finanziare le vaccinazioni di massa nei bambini dei Paesi in via di sviluppo, sono fatti da un imprenditore attento al profitto, ma “con valori forti come quelli in cui siamo cresciuti noi, dell’avere a cuore le persone per cui lavori che sono i pazienti”.

È Natahlie Dompé a entrare più nel dettaglio dei progetti di CSR, e a evidenziare come in Italia manchi per questi una cornice unitaria. “Fare CSR tout court non é nulla di speciale: nel nostro paese lo fanno l’80% delle imprese con più di 80-100 dipendenti, soprattutto negli ambiti farmaceutico (oltre un miliardo di euro nel 2015) e finanziario. Mio padre mi ha insegnato attraverso l’esempio che il merito deriva sempre dalla visione che l’imprenditore ha, che permea di etica tutte le attività dell’impresa, dalla produzione alla ricerca all’attenzione all’ambiente, e questo non c’è in tutte le imprese”.

La CSR porta molti benefici alle imprese: abbiamo imparato che tra le aziende impegnate nel campo della Csr il 50% registra aumento di visibilità e di percezione reputazionale, 4 aziende su 10 registrano un aumento delle vendite, il 40 % un clima migliore in azienda per i dipendenti e il 40%, infine, registra un miglioramento dei rapporti con la comunità e la Pubblica Amministrazione del territorio che le ospita. “Anche la nostra dedizione al problema delle malattie rare ha un fortissimo motivo economico. Noi come Paese siamo sotto massa critica non solo economica, ma anche tecnica. Esistono spillover di comprensione di know-how immensi, le scoperte possono essere riutilizzate in tutti gli ambiti”.

Questi progetti si possono fare solo se l’azienda è solida, ci tiene a chiarire Sergio Dompè. “Il punto di partenza per l’interazione con le università è stato paradossalmente la coscienza della nostra debolezza. Poi avendo intuito che le biotecnologie erano il futuro, siamo diventati il braccio commerciale italiano dei grandi attori mondiali della biotecnologia. La vera forza è però venuta dal network internazionale, perché nel nostro campo (ricerca clinica) ci si mette 13/15 anni a concludere un progetto di sperimentazione. Oggi lavoriamo su 21 clinical trials nel mondo, con 200 centri di cui 150 all’estero. Se dai valore al tuo network poi dai valore anche a te stesso. Contrariamente a una certa mentalità italiana, tu devi tifare perché il tuo vicino abbia successo, perché ti cadrà addosso un parte di quel successo”.

A questo punto un ragazzo fa la domanda scomoda “Quindi le vostre scelte sono tutte eticamente valide ed economicamente sostenibili?”, e arriva veloce la risposta “sono tutte scelte economicamente valide, eticamente sostenibili”.

Altri ingredienti del successo? “Bisogna essere maniacali e in questo ci aiuta la passione! Nel settore dei farmaci si arriva a superare le 100.000-150.000 pagine di documentazione, tutto deve essere tracciabile, e questo ti aiuta ad avere una attenzione al dettaglio fortissima. La passione o ce l’hai o non ce l’hai. Da noi ci sono persone che restano alle 8-9 di sera per questa passione. Ce l’aveva Rita Levi Montalcini, che ha inaugurato il nostro stabilimento dell’Aquila nel 1993, e a oltre 90 anni mi chiamava per farmi vedere quando era sexy un progetto di ricerca”.

Un’altra domanda tocca un punto cruciale per il nostro Paese, l’insufficienza di cultura scientifica. Secondo Dompé é vero che abbiamo un’ottima cultura umanistica ma ancora insufficiente cultura tecnico-scientifica. A suo dire  questo problema ha origine dalle famiglie più che in errate scelte governative. Le aziende, in un futuro abbastanza prossimo, cercheranno sempre più competenze scientifiche e come genitori di domani dovremmo indirizzare le capacità dei nostri figli verso quelle competenze. “Un figlio si becca subito dell’ignorante se non sa qualcosa dell’Iliade, ma non se non sa cos’é H2O. Se guardate che tipo di competenze può aver bisogno una impresa come la nostra, l’80% é di ambito tecnico-scientifico.

Non a caso, tra i progetti di CSR più importanti della Dompé farmaceutici, c’è senz’altro “GENEration Biotechnology” lanciato nelle scuole dell’Aquila, territorio dove la Dompé concentra le proprie attività produttive e di ricerca, per sensibilizzare i ragazzi sulle opportunità offerte dalla scienza. La Dompé farmaceutici ha negli anni intrapreso una scelta netta nel campo delle Biotecnologie, aprendo laboratori in giro per l’Italia che sono stati letteralmente presi di mira da grandissime società internazionali. Abbiamo cercato di coinvolgere altre aziende nei nostri progetti di CSR, ad esempio nel caso di GENEration con cui volevamo parlare nelle scuole non solo di biotecnologie farmaceutiche ma di biotecnologie a 360 gradi. In Italia è un po’ più complicato perché siamo un Paese di imprese medio piccole”.

Nathalie gli fa eco, dicendo che basterebbe capire quanto di bello c’è nella scienza. “Diceva Pessoa che il binomio di Newton é bello come la Venere di Milo, solo che pochi se ne accorgono. L’approccio é farli appassionare, e noi ci abbiamo provato nelle scuole alternando lezioni e esperimenti, e portandoli anche in azienda”.

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